Cognetti insegnami a capire la chiave dell’insuccesso

“… ed ho pensato che ognuno di noi è venuto al mondo con un nemico, e che da quel momento è destinato a perdere e poi perdere di nuovo, e che perciò tutte le vite meritano compassione. Se c’è qualcosa di buono, è che ogni vita perdente è una storia: e questa è la mia.”

Ho avuto la fortuna di ascoltare Paolo Cognetti dal vivo durante la serata finale del Pisa Book Festival, festival dell’editoria indipendente che si svolge ogni anno a Pisa, ed è stato amore dopo il primo intervento. Sono andata ad ascoltarlo perché immaginavo che ne valesse la pena, nonostante ancora non avessi letto niente, ed è andata meglio di come mi aspettassi. Non sto qui a scrivere di cosa abbia parlato quella sera, per chiunque fosse curioso il canale Youtube del festival ha caricato tutto il suo contributo su Youtube.

Oggi parlerò della prima opera che ho deciso di leggere di questo autore, ho letto una raccolta di racconti che è intitolata “Manuale per ragazze di successo”, edita da Minimum Fax. Ho scelto questo titolo perché avevo intuito che ci fosse qualcosa dietro questa pretesa di dettare dei punti per arrivare al successo, prevedevo di trovare una buona dose di insuccesso nei sette racconti che compongono la raccolta, ed è dalla prima riga infatti che il mito del successo viene fatto precipitare, sullo sfondo della crisi degli anni 80 fino ad oggi.

Ho sempre letto in giro che Cognetti fosse particolarmente bravo ad analizzare e trattare l’universo femminile, quasi come lo vedesse dall’interno, io non credo molto nella differenza tra universo maschile e femminile, a parte questioni prettamente biologiche, e penso che Cognetti sia capace di analizzare l’animo umano in generale.

Questa sua capacità di parlare di situazioni semplici, di realtà umane inserite in un contesto storico ben preciso, lo rende sicuramente un grande osservatore. Osserva tramite delle realtà femminili, che devono combattere contro diversi tipi di crisi, il mondo che lo circonda. Come scenario di  alcuni racconti troviamo Milano, la Milano del boom economico e della crisi delle banche, Milano che passa da essere il centro del mondo pubblicitario a diventare il centro dei licenziamenti e dell’arrivismo ostinato. Il vecchio che viene sempre sostituito da qualcosa di nuovo.

Le donne delle raccolte sono tutte consapevoli della propria condizione di lotta, la maggior parte lotta contro il mondo del lavoro, altre con l’amore, l’oppressione e il peso della famiglia.

Così un amore finito dopo essersi consumato per molti anni, rimane in piedi per non rovinare una farsa familiare; il peso di due genitori “sessantottini” che hanno fatto carriera porta ad estreme conseguenze una classica ribellione adolescenziale; una gravidanza inaspettata arriverà in un periodo di successo lavorativo; ad un fallimento di carriera si aggiungerà un tradimento che non c’è stato neanche il tempo di prevedere; un’eredità porterà la paura di diventare come i nostri padri; un microcosmo autostradale rispecchierà qualcosa di più grande; quella ragazza adolescente affascinata dalla rivoluzione diventerà l’opposto di ciò che idolatrava.

Il centro di questi racconti è lo scontro con la realtà in generale, rappresentata dal mondo del lavoro, dalla società e dallo svanire dei sogni. In questo scontro con il mondo, non può mancare lo scontro-incontro con l’altro sesso.

Prima parlavo di quanto io non creda alla differenza di sentimenti tra uomini e donne, penso che Cognetti con questi racconti sia riuscito a dimostrare quanto uomini e donne alla fine siano uguali. Nei racconti compaiono degli uomini che all’interno del racconto sono più o meno presenti, a volte sono addirittura i protagonisti o narratori. Non c’è un tipo fisso, non c’è solo il succube o solo lo stronzo, nello stesso racconto la stessa persona smuove dentro il lettore diversi sentimenti, proprio come i protagonisti femminili. L’idea che arriva è quello di uno sfascio, chiunque entri a far parte di questi racconti ha qualcosa che è andato male nella proprio vita, se non tutto, e tutti reagiscono allo stesso mondo.

Trovatemi una persona che ad oggi, nel 2018, non abbia qualcosa nella propria vita che stia andando, o sia andata, male e poi ditemi che Cognetti non sia un bravo osservatore.

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Come sarei ora se non fossi nata nella provincia di un’isola?

Ritorno a scrivere per riflettere su un pensiero che mi è venuto alla mente qualche giorno fa, da buona esponente del partito dell’ invidia, mi sono sempre ritrovata ad invidiare chiunque venisse dalla città, ho sempre visto queste persone come dei privilegiati e ho sempre sentito un senso di inferiorità a confrontarmi con loro. Se prima, fino a 3 anni fa, incontri con persone cresciute in città avvenivano raramente, ora, a causa del mio trasferimento per motivi di studio, ho avuto la fortuna/sfortuna di confrontarmi realmente con questa realtà e capire i motivi reali della mia invidia e del mio timore nei loro confronti. A 22 anni ho realizzato che probabilmente avrei potuto essere un’ altra persona se fossi nata in una grande città, avrei coltivato passioni che nella mia piccola realtà della Sardegna non ho mai potuto coltivare. Sono stata una bambina ambiziosa, non ho la presunzione di definirmi diversa dalle altre perché è una cosa che odio, diciamo che avevo interessi poco comuni per quel mondo. Uno di questi interessi era il canto lirico, in casa mi cimentavo in performance canore tentando di imitare quel poco che sentivo e che conoscevo, mi ha sempre affascinato quel modo di usare la voce e l’idea di girare il mondo, non ero una con i piedi per terra a quanto pare, seguendo questa passione. Un’ altra passione, più o meno espressa, è stata la recitazione; amavo recitare, le poche occasioni per farlo erano le recite scolastiche e, a quanto pare dai vari ruoli principali che ho avuto, ero particolarmente portata. Tutto questo è rimasto un sogno, non ho mai frequentato lezioni di canto lirico e non ho mai preso lezioni di recitazione perché non esistevano corsi di questo tipo in un paesino della Sardegna di 5.000 abitanti, dovevi accontentarti del corso di balli di gruppo e del corso di pianoforte, che non mi hanno portato molto lontano. Cosa mi ha lasciato questo? Mi ha lasciato una profonda ammirazione per chi fa questo nella vita o semplicemente per chi è riuscito a portare avanti queste, o altre, passioni, mi ha lasciato un senso di inadeguatezza davanti alle persone che hanno avuto mille opportunità grazie al luogo dove sono nati. In realtà è l’idea di non aver fatto teatro che mi rende triste, si parla tanto del ruolo del teatro per le persone timide, oggi sono la persona più timida del mondo, cosa sarei invece se avessi frequentato corsi di teatro e magari lavorassi a teatro?

Per quanto possa sembrare banale, è sempre giusto ricordare quanto siano importanti le possibilità che ci vengono date dal posto in cui viviamo, ne risentiamo noi e ne risente il ruolo che ha la cultura nella vita del singolo e della comunità. Se la comunità non ha uno svago che abbia a che fare con la cultura lo cercherà in altri ambiti, sacrificando un mondo che in Italia ha ormai davvero poco spazio. Parlando a punto di cultura, mi viene in mente quanto io sia indietro rispetto ad amici e conoscenti che hanno frequentato le scuole nella penisola, la realtà dei fatti è che la formazione è diversa e una volta messo piede in un contesto con persone di varia provenienza, sarai tu, venuto dalla periferia italica, a sentirti a disagio per conoscenze che non hai, film che non hai visto, musica che non conosci.

Signorina fallimento

Qual è il limite da superare per non sentire più il peso dovuto al sentirsi sempre inadeguato? Non penso di essere l’unica eletta sulla faccia della terra che non trova un posto nel mondo e che ormai ha smesso di cercarlo, penso che sia un peso comune quello dell’inadeguatezza e del malessere che ne deriva. Io ho provato tante strade, da buona perdente ho provato a prenderne atto e ad accettarlo, se mi si urla per strada: “sei inutile” è probabile che risponderò urlando ancora di più: “hai ragione!”; l’amore per me stessa non è una grande componente del mio carattere. Ho accettato, ho preso atto, ho pensato di andare avanti portandomi il peso dell’inutilità con consapevolezza e con calma, tanto perché deprimersi se rimarrò sempre così? Una vita passata a deprimersi a cosa porterà? A nulla. Spinta da questa idea di nulla ho anche pensato che fosse possibile almeno tentare di trovare qualcosa da fare per contrastare il gentile amico dell’inadeguatezza, cosa ho fatto? Ho tentato, per breve tempo, di reagire portando avanti qualche progetto, cercando qualcosa che mi piacesse talmente tanto da farlo diventare il mio passatempo o un possibile campo in cui brillare; non ci sono riuscita. Non so da cosa dipenda questo mio grande legame con il fallimento, probabilmente sono troppo debole anche solo per tentare di reagire, quindi la strada dell’accettazione passiva penso sia la più adatta per me. Che grande vittoria maturare un pensiero simile, vivere nell’insuccesso e portarselo dietro passivamente come se fosse qualcosa che in fondo non ti cambia le giornate; le giornate passano uguali, basta non pensare al futuro, basta farsi bastare le gioie di chi ti sta intorno, vivere di successo passivo, indiretto, gioire della gioia negli occhi degli altri, io ho provato a fare così e ci sono riuscita. Qualunque vittoria di persone a me più o meno vicine mi cambia la giornata, darmi agli altri per aiutarli a raggiungere qualcosa mi rende grata, mi ritrovo a piangere di felicità nel vedere gli altri felici, questo va bene però solo fino a quando le lacrime di gioia non si trasformano in lacrime di tristezza. Di solito la botta di tristezza arriva la mattina dopo, può durare tutto il giorno o andar via prima ma l’idea di doverci convivere tutta la vita mi fa paura. Sono settimane che vivo malissimo la mia condizione, sono anni che vorrei cambiare carattere, vita, aspetto e qualsiasi cosa io abbia fatto nella vita prima o poi mi fa venir voglia di cancellarla. Non so come chiamare questo periodo ma sono sicura che come secondo nome avrei dovuto avere Fallimento.

Non devo leggere romanzi lunghi altrimenti scrivo io una Pastorale

Ieri ho letto uno stato su Facebook di una ragazza che proponeva il problema della lettura ormai concepita come puro vanto culturale, in sintesi faceva riferimento al fatto che ormai i libri si comprano e si leggono solo per vantarsi di quanto si ami la cultura senza un reale interesse. Questa analisi può essere corretta solo in parte, certo, anche io spesso viaggiando tra i vari social network ho pensato che molti siano più in ansia di ricevere un pacco per postare la foto su Instagram piuttosto che per poter leggere finalmente un libro, è giusto però sottolineare che la cosa è soggettiva. Cosa c’entra tutto questo con ciò che andrò a raccontare? La ragazza ha aggiunto che, secondo lei, ormai si divorano i libri per potersi vantare di averli letti, parlava di mattoni letti in pochi giorni, quasi passivamente senza capirli realmente. Ironia della sorte, sapete cosa ho fatto fino all’altro ieri? Ho letto senza sosta un libro, ho divorato in due giorni 458 pagine e fidatevi che non l’ho fatto per vantarmi di averlo letto, o almeno credo, eppure non penso di averlo capito del tutto.

 

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Ho letto Pastorale Americana di Philip Roth, edito da Einaudi, tradotto da Vincenzo Mantovani.Prima di parlare di questo libro ho passato una giornata pensando a cosa realmente ne avessi tratto. Stilisticamente parlando so bene quanto Roth sia apprezzato e odiato per il suo modo di scrivere, non nego di aver trovato difficoltà a stargli dietro in alcuni tratti, la cosa che mi ha colpito parecchio del suo stile è il fatto che spesso porti avanti due narrazioni contemporaneamente. Non è un raro trovare nel testo parti in cui ti lascia sulle spine portando un avvenimento quasi fino alla svolta definitiva e decida in quel momento di aggiungere una descrizione del mondo dell’industria o una descrizione fisica dell’interlocutore, insomma, Roth sembra far parte della famiglia degli autori che ti fanno sudare la svolta nel racconto. Non nego che possa non piacere questa sua ricerca continua di pathos, devo ammettere però che  una melodrammatica come me può solo apprezzare questo filo sempre teso. Questo continuo intersecarsi di storie si trova anche all’interno della trama, non c’è un reale tempo storico fisso ma un concatenarsi di passato, presente e riflessioni sul futuro senza neanche lasciare da parte periodi di atemporalità che davvero non ti permettono di avere un punto fisso, non nego che spesso mi sia capitato di dovermi fermare a riflettere in che parte dei mille tempi descritti fossi finita.

Quindi, mi è piaciuto lo stile? Si.

L’ho trovato confusionario? A volte, ma penso che sia voluto.

Considerazioni: Penso che tutto fosse voluto, stile e trama non lasciano nulla al caso e il romanzo in se vuole far capire al lettore quanto nulla nella storia (del romanzo e umana) sia lasciato al caso.

Storia, quante volte ho già ripetuto questa parola? Forse troppe ma per un autore fortemente legato alla storia americana non posso tralasciare un elemento simile. Si parla degli anni 60, si parla del 68, si parla degli attentati e della guerra in Vietnam, si parla di filosofia, di rivolta, di borghesia, dei neri, di immigrazione, di industria, di sogno americano, di religione, del ciclo delle generazioni, un romanzo così non poteva non chiamarsi Pastorale Americana. E’ un libro dal finale profetico, finale che forse non mi ha soddisfatto del tutto ma che è stato creato così come per poter dire al lettore: “tieni, ora guarda la storia attuale e immagina come sia andato a finire”. Quindi sì, se dovessi parlare di questo romanzo con poche parole tra di queste c’è sicuramente l’aggettivo profetico.

Il protagonista reale è lo Svedese, ebreo, classico esempio di figlio di immigrati che viene visto da tutta la comunità ebraica come colui che ce l’ha fatta, colui che è davvero diventato americano; dello stereotipo dell’ebreo infatti ha veramente poco, l’unico elemento veramente ebraico che si porta dietro è il padre; già dall’aspetto, i suoi gli occhi azzurri e i capelli biondi,  è chiaro quanto ci si allontani dall’idea comune di ebreo. Lo Svedese è in potenza l’americano perfetto, quello a cui chiunque aspira, già da piccolo si è portato dietro una schiera di ammiratori per la sua portanza fisica, uno che non ha davvero molto da desiderare perché ha già tra le mani tutto quello che può avere. E’ un figlio del benessere, dopo il nonno che ha passato la vita a lavorare, il padre che ha creato un’industria ed un mestiere da zero, lui è quello che vive di rendita, ha la sua perfetta industria, la sua perfetta casa in campagna e la sua perfetta moglie, una miss, bella e parecchio determinata ad allontanare da se tutti i pregiudizi che una bella donna può potarsi dietro. Cosa manca in questo quadretto? Ah si, la prole, una figlia amata e desiderata, una bambina sulla quale vengono riposte tutte le attenzioni, forse un po’ cocciuta ma comunque adatta al quadretto della famiglia felice. Durante l’infanzia però, la piccola Merry svilupperà un problema linguistico ed inizierà ad essere seguita da una logopedista a casa di una forma di balbuzie; il quadro della perfezione sembra che si inclini un po’, i perfezionisti che si ritrova come genitori lotteranno per far si che la figlia possa risolvere questo problema, facendola seguire dagli specialisti più esperti.

Con l’arrivo dell’adolescenza i due genitori dovranno far fronte ai problemi legati a questo periodo di crescita, la rabbia della ragazza si riverserà tutta su di loro, non solo la rabbia della ragazza ma anche la rabbia della storia, portando questo quadro perfetto piano piano verso la totale distruzione.

Cosa quindi distruggerà il quadro? Lo sviluppo della storia, che porterà dalla sua parte, un po’ per vanità e un po’ per amore di una grande causa, una figlia prediletta alla quale non mancava niente, figlia che non ha lottato per mancanza di pane; forse proprio per questo distruggerà solo il microcosmo che era la sua vita e non i pilastri della storia che ha odiato con così grande determinazione. Non fermerà lei la tanto odiata guerra in Vietnam, non sarà lei a fermare il razzismo e lo sfruttamento, sarà lei però che porterà la rivolta in casa, proprio come gli è stato consigliato dal padre che la invita a portare nel loro piccolo paese la protesta, padre che ogni tanto metterà in dubbio quegli ideali liberali che tanto lo fanno sentire un americano fiero. La guerra arriverà in casa dello Svedese e chissà se lo Svedese riuscirà a vincere la guerra contro la storia.

Sarebbe bello poter parlare di tutta la trama ma è giusto trattare solo quello che penso abbia voluto trasmettere un autore come Roth, cosa ci vuole dire? Ci vuole dire che la storia scorre, per quanto tu voglia chiuderti in un paesino isolato di campagna verrà a prenderti e il mezzo che ti farà scontrare con la realtà sarà probabilmente la cosa che ami di più. La storia ti distruggerà piano piano, togliendoti i pezzi che pensavi fossero i capisaldi della tua vita, arriverà la morte, la malattia, il tradimento, la vecchiaia, il crollo emotivo e tu dovrai rispondere perché nessuno riesce a combattere contro la storia in modo passivo, non si vince, anche se si è alti e grossi e si hanno tutti i mezzi a disposizione, non ignorare la storia solo perché la vedi lontana da casa tua, tanto ti verrà a cercare. Prova almeno a combattere perché altrimenti ci sarà chi, anche se non vorrai, combatterà contro di te.

Io vi dico di leggere questo romanzo se non volete una lettura scontata, perché fidatevi, alla fine non c’è davvero nulla di scontato, a parte il dolore. Aspettatevi tanto fuoco dolore e distruzione.

 

P:S scusate perché divago e scrivo cose scomposte

l’incontro tra una codarda e Undici Solitudini

Anche voi come me avete sempre snobbato le raccolte di racconti? Anche voi avete sempre preferito i santi mattoni che sono diventati dei classici a qualcosa di più contemporaneo? Forse è trovato una soluzione, almeno per me che partivo con tanti pregiudizi, pregiudizi verso la mia persona visto che ho sempre pensato di non aver abbastanza bagaglio culturale da poter capire opere vicine al mio periodo storico senza aver prima fatto indigestione di classici. Sapevo già da prima che fosse un’idea sbagliata e oggi ne ho avuto l’ennesima conferma. Ora, dopo il dovuto mea culpa, parlerò di un libro che ha preso spazio tra i primi posti della classica dei miei libri preferiti. Il libro in questione si chiama Undici Solitudini di Richard Yates, edito da Minimum Fax, tradotto da Maria Lucioni e con la prefazione di Paolo Cognetti. Dell’autore per ora posso dire poco, so solo che ha una dose di tristezza, cinismo, realismo, polemica e critica sociale che ha prodotto in me la voglia di leggere qualsiasi cosa abbia scritto in vita sua. I racconti sono undici come suggerisce il titolo, tutti con personaggi diversi e storie diverse, ma non troppo. Cosa lega la raccolta? Sarei banale se scrivessi che ogni racconto porta con se una diversa sfumatura di tristezza, sembra davvero che la tristezza venga declinata per ogni ambito della vita, per ogni età, sempre però all’interno di un unico periodo storico, tutto si svolge infatti nella seconda metà del 900 in America. Cosa porta con se un periodo storico simile? E cosa porta  alla mente l’America? Sarò  banale pure qui scrivendo che il sogno americano sta alla base di ogni racconto, forse è meglio parlare di benessere, che tipo di benessere? E’ sicuramente una raccolta che gira attorno al valore personale che si dà al concetto di “arrivare” e “realizzarsi” e che piano piano ne distrugge le basi, in ogni storia, mostrandone i punti deboli e i paradossi. Su cosa gioca la narrazione? Sul fatto che nulla sia certo, dalla trama alla psicologia dei personaggi, ma anche, e sopratutto, la psicologia del lettore che appena inizia un racconto prova empatia e subito dopo ha mille dubbi o cambia rotta. Le persone di cui si raccontano le storie sono persone semplici, i racconti si svolgono all’interno di percorsi lavorativi o di ambienti familiari, i protagonisti sono soli, soli non in mancanza di compagnia fisica, soli in quanto isolati dal resto delle persone che a loro volta però sono sole a modo loro. Il mondo disegnato è composto da tanti piccoli egoisti che si incontrano, magari all’inizio sembra che il protagonista sia un eroe ma poi si rivela anche lui pronto a fare del “bene” solo per un secondo fine. Così una maestra che tenta a tutti i costi di essere comprensiva si renderà conto che non per forza la negligenza scolastica è l’effetto di un brutto passato, dei soldati semplici metteranno in dubbio l’odio provato verso un uomo che forse era solo troppo dedito alla sua causa e non per questo disumano, e tu, a chi daresti la colpa di un matrimonio che fallisce prima ancora di iniziare se un po’ di colpa l’hanno entrambi? Io posso capire una donna che ha l’amante mentre il marito è chiuso da anni in ospedale e vive nel suo microcosmo, posso capirla e al contempo non accettare quello che fa, tu riusciresti a prendere una posizione netta? Probabilmente tu si, perché sei un altro lettore, io non ci sono riuscita ed è per questo che questi racconti, narrati in modo così disperato, mi hanno lasciato spesso spiazzata e non sapevo davvero che parte prendere. Di questi e di altri personaggi parla questa raccolta, personaggi simili e sopratutto deboli, debolezza che però non ti impedisce di odiarli; nella prima riga puoi provare pena per loro e nella terza puoi passare direttamente all’odio. In questo mare di incertezze, solo un racconto mi ha fatto stare totalmente dalla parte del protagonista, forse perché il tipo di crudeltà e violenza che giustifico di più, da buona codarda, è la violenza nei confronti di se stessi. Il racconto si chiama “Una gran voglia di punizione”, parla di un uomo che ha la capacità di farsi trasportare dagli eventi e ama prevedere la catastrofe senza minimamente contrastarla, lascia che le cose vadano da sole e se vanno male non è un gran problema, tanto lo aveva previsto. Parla di quegli esseri umani che vivono il proprio fallimento come se fosse un’opera teatrale alla quale assistere in prima fila, avevo ragione quando ho scritto che mi piace perché sono una grande codarda? Siete liberi di chiamarmi così, ma odiare lui sarebbe come ammettere di odiare qualcosa che mi sta vicino. Dopo questo inserto egocentrico vi lascio ad una citazione di questo racconto, tanto per farvi capire il tono e la portata di questo scrittore.

 

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Di tutte le ricchezze, sopratutto la giovinezza

Oggi voglio scrivere di un libro che ho letto durante le vacanze natalizie, purtroppo unico libro a causa di un necessario risparmio economico visto il periodo ricco di spese. Unico libro ma non per questo non abbastanza utile alla riflessione, ho deciso di andare sul sicuro e per me questo significa leggere Stefano Benni. Nel giro di un anno sto leggendo il più possibile di questo autore, mano a mano che lo conosco mi affascina sempre di più. Dopo aver letto Cari Mostri, dopo aver sentito le mille interviste date per l’anniversario di Bar Sport, dopo avergli sentito dire in queste interviste che pensa che tra le sue migliori opere ci sia Di tutte le ricchezze, non potevo non andare spedita a prendere questo romanzo. E’ un racconto forse molto più personale degli altri che avevo letto di questo autore, è facile pensare che dietro il protagonista ci sia l’autore e alcune parti di vita di questo. Il protagonista è un vecchio docente che ha smesso di insegnare e si è rifugiato in una campagna vicino ad un piccolo paesino, tutto ruota attorno le sue giornate, le sue opere e il suo amore per un poeta dannato del quale si raccontano tante leggende. Ogni tanto il racconto è interrotto da poesie di questo strano autore, il Catena, che raccontano in breve ciò che il protagonista ha vissuto nelle pagine precedenti, ho gradito tantissimo queste poesie e sono molto interessata alla produzione poetica di Benni, produzione che andrò presto a recuperare. La vita di un vecchio professore può essere noiosa, può essere a tratti anche deprimente a causa della consapevolezza che la vita passa e si invecchia, ritornano alla mente per forza i fatti passati e un mezzo immancabile per questo ritorno al passato è anche il rapporto che un vecchio professore può avere con le nuove tecnologie, quello che lo collega con il mondo e con il suo sport preferito è un vecchio computer, computer che spesso maledice ma che difende da chiunque gli consigli di cambiarlo. Cosa fa cambiare tutto questa tranquillità? L’arrivo di una coppia, una coppia di artisti, giovani artisti di città, anche loro in crisi perché l’arte forse non porta soldi (o non quanti ne vorrebbero) e manca ispirazione. Scorrendo le pagine verranno a galla poi i reali motivi di queste crisi e i segreti. Al centro di tutta l’opera ci sono i segreti, i segreti del passato, le cose non dette, sembra quasi che però i segreti di tutti poi si vadano a rifugiare dal vecchio professore, che magari ne farebbe anche a meno di avere sulle spalle i segreti degli altri, ma continua a dare una mano per quanto gli sia possibile. Cosa davvero lo cambierà? Lo cambierà il ritorno al passato, a determinate sensazioni, a determinate emozioni che forse ha messo da parte per troppo tempo e che l’hanno portato a quella solitudine. Il mezzo di trasporto di questi ricordi è una donna, il ricordo di un sentimento amoroso, l’amore e il ricordo della giovinezza. Avendo vent’anni mi viene difficile immedesimarmi del tutto nella storia di un uomo che ha già vissuto la maggior parte della propria vita,nonostante questa difficoltà anagrafica che mai realmente mi farà capire, questo romanzo mi ha lasciato una bella emozione, ho sempre avuto un senso di tenerezza nei confronti degli anziani, forse lasciandomi vincere dal fatto che li vedessi come persone indifese, senza ragionare su quanto abbiano vissuto. Mi è piaciuta la narrazione da parte di una persona di una certa età, una narrazione che però spesso ha messo da parte l’età anagrafica e ha riportato quello che il personaggio era da giovane; quando il professore si trova con questa giovane donna, una giovane ballerina, perde il peso degli anni e ritorna a quello che era. Tutto lo sfondo, la casa, il paese, il bosco rendono la location un cerchio magico fermo nel tempo,dove però le cose si ripetono, tornano le giovani donne che scappano da un destino che non amano, tornano gli animali ogni sera in forma diversa e ognuno trasformerà la propria natura di animale in qualche immagine per ispirare gli esseri umani, in particolare il protagonista, torna tutto e la fine ti riporta alla tenerezza, quella che si prova inizialmente quando il professore si presenta come persona sola, ritorna perché il cerchio si chiuderà davvero, e stavolta il professore si lascerà vincere dalla sua età e ci chiederà solo di non dimenticarlo.

Quando il trionfo del sentimento umano diventa un problema

Non ho mai conosciuto la guerra, mi sono sempre chiesta come si facesse a viverci assieme e a sopravviverle. Riguardo la guerra non ho mai letto tanto, ho sempre preferito altro, la via del “sentimentalismo facile” che portasse ad un finale emozionante e magari qualche lacrima. Il primo approccio con un racconto di guerra è stato la lettura di Guerra e Pace, pilastro della letteratura mondiale con cui chiunque si dovrebbe confrontare, questo colosso mi ha portato a comprendere il sentimento di guerra, per quanto mi fosse possibile, e a capire quanto sia emozionante e distruttivo leggere le storie di guerra di chi non vince mai del tutto. Tutta questa parentesi personale per parlare di un libro che ho amato e di cui difficilmente smetterò di parlare, parlo de “L’armata a cavallo” di Isaak Babel’, autore sovietico definito anche “autore del silenzio” dopo alcune polemiche con i suoi contemporanei per i suoi lunghi periodi di stop durante la sua produzione. L’armata a cavallo, raccolta di racconti basato sull’esperienza di guerra dell’autore durante la campagna polacca del 1920 che lo vede dalla parte dell’Armata Rossa, viene definito da studiosi come Costantino Di Paola, di cui ho letto la traduzione, come il libro più bello del periodo sovietico, con uno stile, definito da Kovskij, che riesce ad essere una sintesi tra la pratica del realismo e la ricerca dell’avanguardia. L’opera è l’incontro di vari mondi, è lo scontro diretto tra un uomo e la guerra, è lo scontro tra russi e polacchi, l’eterno scontro tra ebrei e il resto della popolazione, sopratutto è lo scontro tra i vari sentimenti che derivano dalla guerra e l’umanità di singoli individui in contatto tra di loro a prescindere dall’esercito di provenienza. Si passa dalla vendetta, dallo stupro, fino al sadismo ad un sentimento di umana compassione che l’autore/narratore del diario prova sempre per gli uomini di entrambe le parti. Sfondo e reale protagonista è la realtà della rivoluzione, della violenza e della pietà davanti ad un uomo che viene risparmiato e viene comunque chiamato “compagno” nonostante si trovi dall’altra parte, ritorna spesso questa pietà umana che si realizza quando si vede l’altro come essere umano, per citare De Andrè: “che aveva il tuo stesso identico umore ma la divisa di un altro colore”. Questa voglia di raccontare con speranza la capacità di un uomo di rivedersi nell’altro sarà un problema per l’autore che per tutta la produzione e la revisione dell’opera sarà incitato ad inserire brani più incentrati sulla grandezza della propria parte dell’esercito, passerà gli anni successivi alla prima stesura a promettere che aggiungerà delle parti più consone all’esaltazione della propria parte, arriverà però alla morte senza mai tradire il progetto originale.Parlando della struttura in maniera più specifica il filone dei racconti scorre in base alle esperienze dell’autore e protagonista, sotto forma di diario, nei racconti vengono presentate figure che incontrerà in guerra, sia soldati che civili incontrati nei vari villaggi. Tra i vari racconti mi piace ricordare quello che dà voce alla storia di un pittore da molti considerato eretico perché nel rappresentare figure sacre utilizza i volti di gente comune che incontra nella sua vita, per rappresentare Paolo si ispira all’immagine di uno storpio e per raffigurare Maddalena si ispira ad una giovane ragazza madre ebrea che è cresciuta da sola perché orfana. Il pittore viene mal visto e cacciato dai villaggi non avendo neanche la possibilità di concludere le sue opere, il racconto si chiude con il pittore che narra la storia di Debora e Gesù. Questo “metaracconto” ha come centro la pietà di Gesù che giace con una donna tormentata dalla vergogna per non essere riuscita a compiere il suo dovere la prima notte di matrimonio, tutto il racconto è carico di spiritualità e pietà, una pietà che porta poi Cristo a vergognarsi a sua volta di quel gesto, è in piccola scala la rappresentazione della pietà di Cristo, a questa pietà si aggiunge qualcosa di nuovo perché il nostro pittore narratore lascia intendere che da questa unione, tra una giovane sposa e Cristo che si è fatto di nuovo carne, nasca poi un bambino “con un uccello sulla manica, un piccione o un cardellino..”.

Chiudo parlando di come questo autore riesca a non essere di parte e a dare la giusta dignità all’essere umano anche in un ambito duro come la guerra, riesce in tutto questo nonostante non demonizzi la guerra o la rivoluzione, non c’è mai del moralismo ma solo un forte sentimento umano che appare anche in un contesto simile, avrà sempre rispetto per i morti di entrambe le parti che troverà per strada, dimostrerà la sua umanità anche non riuscendo ad uccidere un uomo che lo supplica di essere ucciso per porre fine alle sue sofferenze dovute alle ferite, risparmierà un soldato polacco dalla morte. Non ci sono eroi nei suoi racconti, ci sono esseri umani reali che hanno paura di uccidere e di morire. Questo tratto umano mi spinge a pensare che fosse molto più realista di quanto i contemporanei volessero, il suo modo di raccontare non è stato capito da chi da lui voleva forse pura propaganda che alla fine sarebbe risultata sterile, forse non si è capito quanto potesse essere preziosa un’opera simile, personalmente penso che sia una delle grandi perdite della letteratura sovietica e uno degli autore che meriterebbe molta più memoria.