Non ho mai conosciuto la guerra, mi sono sempre chiesta come si facesse a viverci assieme e a sopravviverle. Riguardo la guerra non ho mai letto tanto, ho sempre preferito altro, la via del “sentimentalismo facile” che portasse ad un finale emozionante e magari qualche lacrima. Il primo approccio con un racconto di guerra è stato la lettura di Guerra e Pace, pilastro della letteratura mondiale con cui chiunque si dovrebbe confrontare, questo colosso mi ha portato a comprendere il sentimento di guerra, per quanto mi fosse possibile, e a capire quanto sia emozionante e distruttivo leggere le storie di guerra di chi non vince mai del tutto. Tutta questa parentesi personale per parlare di un libro che ho amato e di cui difficilmente smetterò di parlare, parlo de “L’armata a cavallo” di Isaak Babel’, autore sovietico definito anche “autore del silenzio” dopo alcune polemiche con i suoi contemporanei per i suoi lunghi periodi di stop durante la sua produzione. L’armata a cavallo, raccolta di racconti basato sull’esperienza di guerra dell’autore durante la campagna polacca del 1920 che lo vede dalla parte dell’Armata Rossa, viene definito da studiosi come Costantino Di Paola, di cui ho letto la traduzione, come il libro più bello del periodo sovietico, con uno stile, definito da Kovskij, che riesce ad essere una sintesi tra la pratica del realismo e la ricerca dell’avanguardia. L’opera è l’incontro di vari mondi, è lo scontro diretto tra un uomo e la guerra, è lo scontro tra russi e polacchi, l’eterno scontro tra ebrei e il resto della popolazione, sopratutto è lo scontro tra i vari sentimenti che derivano dalla guerra e l’umanità di singoli individui in contatto tra di loro a prescindere dall’esercito di provenienza. Si passa dalla vendetta, dallo stupro, fino al sadismo ad un sentimento di umana compassione che l’autore/narratore del diario prova sempre per gli uomini di entrambe le parti. Sfondo e reale protagonista è la realtà della rivoluzione, della violenza e della pietà davanti ad un uomo che viene risparmiato e viene comunque chiamato “compagno” nonostante si trovi dall’altra parte, ritorna spesso questa pietà umana che si realizza quando si vede l’altro come essere umano, per citare De Andrè: “che aveva il tuo stesso identico umore ma la divisa di un altro colore”. Questa voglia di raccontare con speranza la capacità di un uomo di rivedersi nell’altro sarà un problema per l’autore che per tutta la produzione e la revisione dell’opera sarà incitato ad inserire brani più incentrati sulla grandezza della propria parte dell’esercito, passerà gli anni successivi alla prima stesura a promettere che aggiungerà delle parti più consone all’esaltazione della propria parte, arriverà però alla morte senza mai tradire il progetto originale.Parlando della struttura in maniera più specifica il filone dei racconti scorre in base alle esperienze dell’autore e protagonista, sotto forma di diario, nei racconti vengono presentate figure che incontrerà in guerra, sia soldati che civili incontrati nei vari villaggi. Tra i vari racconti mi piace ricordare quello che dà voce alla storia di un pittore da molti considerato eretico perché nel rappresentare figure sacre utilizza i volti di gente comune che incontra nella sua vita, per rappresentare Paolo si ispira all’immagine di uno storpio e per raffigurare Maddalena si ispira ad una giovane ragazza madre ebrea che è cresciuta da sola perché orfana. Il pittore viene mal visto e cacciato dai villaggi non avendo neanche la possibilità di concludere le sue opere, il racconto si chiude con il pittore che narra la storia di Debora e Gesù. Questo “metaracconto” ha come centro la pietà di Gesù che giace con una donna tormentata dalla vergogna per non essere riuscita a compiere il suo dovere la prima notte di matrimonio, tutto il racconto è carico di spiritualità e pietà, una pietà che porta poi Cristo a vergognarsi a sua volta di quel gesto, è in piccola scala la rappresentazione della pietà di Cristo, a questa pietà si aggiunge qualcosa di nuovo perché il nostro pittore narratore lascia intendere che da questa unione, tra una giovane sposa e Cristo che si è fatto di nuovo carne, nasca poi un bambino “con un uccello sulla manica, un piccione o un cardellino..”.

Chiudo parlando di come questo autore riesca a non essere di parte e a dare la giusta dignità all’essere umano anche in un ambito duro come la guerra, riesce in tutto questo nonostante non demonizzi la guerra o la rivoluzione, non c’è mai del moralismo ma solo un forte sentimento umano che appare anche in un contesto simile, avrà sempre rispetto per i morti di entrambe le parti che troverà per strada, dimostrerà la sua umanità anche non riuscendo ad uccidere un uomo che lo supplica di essere ucciso per porre fine alle sue sofferenze dovute alle ferite, risparmierà un soldato polacco dalla morte. Non ci sono eroi nei suoi racconti, ci sono esseri umani reali che hanno paura di uccidere e di morire. Questo tratto umano mi spinge a pensare che fosse molto più realista di quanto i contemporanei volessero, il suo modo di raccontare non è stato capito da chi da lui voleva forse pura propaganda che alla fine sarebbe risultata sterile, forse non si è capito quanto potesse essere preziosa un’opera simile, personalmente penso che sia una delle grandi perdite della letteratura sovietica e uno degli autore che meriterebbe molta più memoria.

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3 pensieri su “Quando il trionfo del sentimento umano diventa un problema

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