Anche voi come me avete sempre snobbato le raccolte di racconti? Anche voi avete sempre preferito i santi mattoni che sono diventati dei classici a qualcosa di più contemporaneo? Forse è trovato una soluzione, almeno per me che partivo con tanti pregiudizi, pregiudizi verso la mia persona visto che ho sempre pensato di non aver abbastanza bagaglio culturale da poter capire opere vicine al mio periodo storico senza aver prima fatto indigestione di classici. Sapevo già da prima che fosse un’idea sbagliata e oggi ne ho avuto l’ennesima conferma. Ora, dopo il dovuto mea culpa, parlerò di un libro che ha preso spazio tra i primi posti della classica dei miei libri preferiti. Il libro in questione si chiama Undici Solitudini di Richard Yates, edito da Minimum Fax, tradotto da Maria Lucioni e con la prefazione di Paolo Cognetti. Dell’autore per ora posso dire poco, so solo che ha una dose di tristezza, cinismo, realismo, polemica e critica sociale che ha prodotto in me la voglia di leggere qualsiasi cosa abbia scritto in vita sua. I racconti sono undici come suggerisce il titolo, tutti con personaggi diversi e storie diverse, ma non troppo. Cosa lega la raccolta? Sarei banale se scrivessi che ogni racconto porta con se una diversa sfumatura di tristezza, sembra davvero che la tristezza venga declinata per ogni ambito della vita, per ogni età, sempre però all’interno di un unico periodo storico, tutto si svolge infatti nella seconda metà del 900 in America. Cosa porta con se un periodo storico simile? E cosa porta  alla mente l’America? Sarò  banale pure qui scrivendo che il sogno americano sta alla base di ogni racconto, forse è meglio parlare di benessere, che tipo di benessere? E’ sicuramente una raccolta che gira attorno al valore personale che si dà al concetto di “arrivare” e “realizzarsi” e che piano piano ne distrugge le basi, in ogni storia, mostrandone i punti deboli e i paradossi. Su cosa gioca la narrazione? Sul fatto che nulla sia certo, dalla trama alla psicologia dei personaggi, ma anche, e sopratutto, la psicologia del lettore che appena inizia un racconto prova empatia e subito dopo ha mille dubbi o cambia rotta. Le persone di cui si raccontano le storie sono persone semplici, i racconti si svolgono all’interno di percorsi lavorativi o di ambienti familiari, i protagonisti sono soli, soli non in mancanza di compagnia fisica, soli in quanto isolati dal resto delle persone che a loro volta però sono sole a modo loro. Il mondo disegnato è composto da tanti piccoli egoisti che si incontrano, magari all’inizio sembra che il protagonista sia un eroe ma poi si rivela anche lui pronto a fare del “bene” solo per un secondo fine. Così una maestra che tenta a tutti i costi di essere comprensiva si renderà conto che non per forza la negligenza scolastica è l’effetto di un brutto passato, dei soldati semplici metteranno in dubbio l’odio provato verso un uomo che forse era solo troppo dedito alla sua causa e non per questo disumano, e tu, a chi daresti la colpa di un matrimonio che fallisce prima ancora di iniziare se un po’ di colpa l’hanno entrambi? Io posso capire una donna che ha l’amante mentre il marito è chiuso da anni in ospedale e vive nel suo microcosmo, posso capirla e al contempo non accettare quello che fa, tu riusciresti a prendere una posizione netta? Probabilmente tu si, perché sei un altro lettore, io non ci sono riuscita ed è per questo che questi racconti, narrati in modo così disperato, mi hanno lasciato spesso spiazzata e non sapevo davvero che parte prendere. Di questi e di altri personaggi parla questa raccolta, personaggi simili e sopratutto deboli, debolezza che però non ti impedisce di odiarli; nella prima riga puoi provare pena per loro e nella terza puoi passare direttamente all’odio. In questo mare di incertezze, solo un racconto mi ha fatto stare totalmente dalla parte del protagonista, forse perché il tipo di crudeltà e violenza che giustifico di più, da buona codarda, è la violenza nei confronti di se stessi. Il racconto si chiama “Una gran voglia di punizione”, parla di un uomo che ha la capacità di farsi trasportare dagli eventi e ama prevedere la catastrofe senza minimamente contrastarla, lascia che le cose vadano da sole e se vanno male non è un gran problema, tanto lo aveva previsto. Parla di quegli esseri umani che vivono il proprio fallimento come se fosse un’opera teatrale alla quale assistere in prima fila, avevo ragione quando ho scritto che mi piace perché sono una grande codarda? Siete liberi di chiamarmi così, ma odiare lui sarebbe come ammettere di odiare qualcosa che mi sta vicino. Dopo questo inserto egocentrico vi lascio ad una citazione di questo racconto, tanto per farvi capire il tono e la portata di questo scrittore.

 

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22 pensieri su “l’incontro tra una codarda e Undici Solitudini

    1. Il mio autore preferito è Calvino, piango ogni volta che leggo il racconto “L’avventura di due sposi” ed ho davvero amato quella raccolta di racconti. E’ forse la prima raccolta che ho letto, stupenda.

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  1. Yates è un grande, non so se nel frattempo hai letto altri suoi libri, ma suggerisco almeno il romanzo “Revolutionary Road”, e poi anche i racconti di “Bugiardi e innamorati” e infine tutto il resto. 🙂

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      1. Ho appena finito di divorare Pastorale Americana e a breve scriverò le mie considerazioni qui sul blog. Devo ancora rifletterci su ma sono felicissima di aver iniziato a leggere Roth! Comunque ancora grazie dei consigli 😉

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  2. Commento qui per la prima volta 🙂
    Molto interessante, non ho mai letto nulla di Yates ma a occhio potrebbe piacermi molto. Se vuoi leggere più racconti di questo tipo, se l’America sconfitta ti attrae, dovresti provare Raymond Carver e John Cheever… Ti spezzeranno il cuore.
    A presto!

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